Albero degli esiti

Come il gioco d’azzardo ha “inventato” la probabilità: Pascal, Fermat e la prima disputa sulle puntate eque

La probabilità non è nata come materia scolastica astratta. È nata da una discussione sui soldi. Nella Francia degli anni 1650, i giocatori si trovavano davanti a una domanda pratica: se una partita viene interrotta, come si divide la posta senza danneggiare nessuno? Quel problema, condiviso da giocatori, nobili e matematici, portò Blaise Pascal e Pierre de Fermat a uno scambio di lettere breve ma intensissimo, che oggi si può leggere come un progetto iniziale del modo moderno di pensare al rischio.

Il “problema dei punti” in parole semplici

Lo scenario classico è semplice. Due giocatori concordano una serie in cui chi raggiunge per primo un certo numero di vittorie prende l’intera posta. Poi la partita si interrompe: qualcuno deve andare via, nasce un litigio o il locale chiude. La domanda non è “chi era avanti?”, ma “qual è la quota equa della posta per ciascuno, considerando ciò che poteva ancora accadere?”. Questa questione è diventata nota come problema dei punti ed è al centro delle origini della probabilità come metodo.

Ecco un esempio concreto che si può fare a mano. Supponiamo che servano 5 vittorie, la posta sia di £100 e il punteggio sia 3–2. Il giocatore A deve vincere ancora 2 volte; il giocatore B deve vincerne 3. La partita si ferma. Un metodo istintivo è “dividere in base al punteggio” (A prende £60, B £40). Pascal e Fermat sostennero un criterio più rigoroso: dividere in base alle probabilità che ciascuno avrebbe avuto di vincere se la partita fosse continuata con le stesse regole. In quel momento l’idea di “equità” diventa un problema di conteggio.

Per contare queste probabilità non servono formule moderne. Si può immaginare la sequenza dei turni come un albero di esiti possibili. In una corsa a 5 a partire da 3–2, la partita può finire entro al massimo 4 turni. Si contano le sequenze in cui B riesce ad arrivare a 5 prima di A. Quando si elencano i percorsi, la probabilità di A risulta superiore al 60%: quindi la quota equa per A è maggiore di £60. Il punto non è la percentuale esatta, ma la regola: pagare in proporzione a quanto valeva il futuro possibile, non solo a ciò che era già successo.

Perché le domande “alla de Méré” contavano davvero

Pascal non decise di inventare la probabilità per puro interesse teorico. Lo scambio con Fermat fu innescato da quesiti sul gioco che circolavano nei salotti parigini: domande che mettevano alla prova se certi “sistemi” popolari fossero davvero corretti. Quando questi dibattiti arrivarono a Pascal, lui li prese abbastanza sul serio da chiedere a Fermat un trattamento matematico pulito. Il contesto sociale è importante: la matematica nasceva perché la posta era reale e la reputazione contava.

Quelle domande costringevano anche a chiarire le assunzioni. I turni sono indipendenti? I giocatori hanno la stessa abilità? Le probabilità restano costanti turno dopo turno? Quando si scrivono queste condizioni, diventa chiaro che cosa si sta valutando. Se i giocatori non sono equivalenti, cambia anche la divisione “equa”. È già la logica della modellazione moderna: la risposta è forte quanto lo è la struttura che si assume.

Un risultato duraturo dell’approccio Pascal–Fermat è la disciplina verso l’incertezza. Non serve conoscere il futuro per essere equi; serve un metodo che tratti entrambi in modo simmetrico e valorizzi le possibilità rimanenti. Per questo il problema dei punti viene ancora insegnato oggi: è una delle porte più pulite per capire il valore atteso.

Quando il “gioco leale” diventa matematica del rischio

Accettare l’idea “dividi la posta in base alla probabilità di vittoria” significa accettare un principio più grande: gli esiti incerti si possono valutare. In parole moderne, si assegna un prezzo a un insieme di possibilità. È il ponte tra un’intuizione morale (“sia giusto”) e un calcolo (“quanto è giusto?”). È anche il ponte che, più tardi, la teoria della probabilità formalizzerà.

Il passo successivo naturale è il valore atteso: la vincita media che si otterrebbe ripetendo lo stesso scenario molte volte. Questo concetto spiega perché i problemi di gioco furono così produttivi: sono mondi piccoli, regolati e ripetibili, in cui si può testare il ragionamento senza il caos della vita reale.

Si nota anche un cambiamento psicologico. Prima, i giocatori discutevano per sensazioni e aneddoti: “mi sembra che debba uscire”. Dopo il modo di ragionare alla Pascal–Fermat, la conversazione diventa: “quali futuri sono possibili e quanti mi favoriscono?”. È il momento in cui il rischio diventa discutibile senza superstizione. Non rende il mondo prevedibile; rende le decisioni spiegabili.

Dal conteggio degli esiti a strumenti che la gente usa davvero

Contare gli esiti sembra innocuo finché non si capisce cosa permette di fare. Quando si può valutare una posizione incerta, si possono confrontare scelte diverse. Conviene accettare un’uscita anticipata? Conviene assicurare una spedizione? Meglio una vincita certa più piccola o tenersi il rischio per una vincita più alta? La struttura è sempre la stessa: scambiare incertezza con un risultato definito a condizioni giustificabili.

Ecco perché i primi pensatori della probabilità tornavano spesso ai giochi. I giochi sono laboratori controllati: dadi, carte e partite interrotte hanno regole chiare e una struttura ripetibile. Se non si ragiona bene lì, è difficile ragionare bene nel mondo reale. In questo senso il gioco d’azzardo non si è limitato a “ispirare” la probabilità: ha fornito un banco di prova in cui gli errori si pagano subito.

All’inizio del Settecento, il campo non era più solo una tecnica brillante condivisa tra pochi matematici. La probabilità divenne un linguaggio generale per ragionare sotto incertezza, utile per discutere rischi, prove e andamenti di lungo periodo. Il percorso è chiaro: una disputa su come dividere una posta si trasformò in una teoria con applicazioni molto più ampie del tavolo da gioco.

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Perché questo ha cambiato assicurazioni, finanza e lotterie

Il beneficiario più diretto al di fuori del gioco è stato il settore assicurativo. Un’assicurazione è una promessa su una perdita incerta, prezzata in modo che la promessa possa essere mantenuta. Non si può prezzare quella promessa senza un metodo per trasformare futuri incerti in numeri. La probabilità fornisce la grammatica: frequenze, medie e intervalli di esiti, anche quando il singolo evento resta imprevedibile.

Anche la raccolta di dati pubblici ha spinto questa evoluzione. Quando morti, nascite, incidenti e richieste vengono registrati per anni, emergono schemi senza pretendere di prevedere le singole vite. Questo approccio basato su evidenze è un passo chiave verso l’attuariato moderno: non profezia, ma stima strutturata fondata su dati e assunzioni esplicite.

La finanza pubblica ha seguito una logica simile. Quando uno Stato vende prodotti di lungo periodo — rendite, pensioni, debito — sta negoziando incertezza nel tempo. Il pensiero probabilistico aiuta a separare le promesse politiche dagli impegni calcolabili e rende il prezzo più trasparente, anche quando l’incertezza non può essere eliminata.

Cosa significa nella pratica nel 2026

Nel 2026, i discendenti di quelle idee sono ovunque. Le assicurazioni stimano frequenza e gravità dei sinistri; le banche testano i portafogli con scenari avversi; operatori di giochi e scommesse pubblicano regole e strutture di pagamento analizzabili in termini di valore atteso. I calcoli possono essere sofisticati, ma lo scheletro resta lo stesso: elencare gli esiti, assegnare probabilità, valutare le posizioni e mantenere regole abbastanza trasparenti da essere difendibili.

Il lavoro moderno sul rischio aggiunge anche umiltà. La realtà non è una moneta perfetta: i modelli possono essere sbagliati, le correlazioni possono cambiare e gli eventi rari possono dominare i risultati. Per questo i team seri combinano probabilità e controllo: validazione dei modelli, analisi di sensibilità, scenari alternativi e limiti chiari su ciò che un calcolo può sostenere.

Per i giocatori e i consumatori, la lezione pratica è semplice: “equo” non significa “conveniente”. Un gioco può essere equo nelle regole e comunque essere un cattivo affare una volta considerata la struttura dei pagamenti o il margine del banco. Le origini della probabilità nel gioco non sono solo storia: ricordano di separare l’emozione dall’aritmetica e di trattare le scelte incerte come decisioni giustificabili, non come racconti che ci facciamo.